giovedì 21 aprile 2016

PIANETA TERRA E ALIMENTAZIONE, L’INTERDIPENDENZA TRA AGRICOLTURA, CIBO, URBANIZZAZIONE, ACQUA ED ECOLOGIA

 Saggio  di Antonio Latella

Il cibo è un elemento di giustizia sociale, d’identità culturale, di economia dei territori, di equilibrio ambientale. Il nostro pianeta sta attraversando una profonda crisi che caratterizza in negativo la produzione, il trattamento e la distribuzione del cibo. Il benessere degli uomini, la loro salute e la stabilità sociale, oggi più che in passato, continuano a essere minacciati dagli egoismi e dal profitto.  Le risorse alimentari, infatti, da nutrimento sono state trasformate  in merce  dalla quale si traggono solo grandi utili.  Il mondo ha bisogno di cibo: non solo  per  gli attuali  6,9 miliardi  di abitanti, che nel  2050 saranno più di nove, ma anche perché la popolazione del pianeta  incomincia a stare meglio rispetto al passato,  e i consumi si spostano da quelli  vegetali  a quelli  animali.  Una tendenza che  contribuisce  ad aumentare enormemente il fabbisogno di risorse naturali e, come vedremo in seguito,  di terra.  Il miglioramento degli standard quantitativi e qualitativi di alimentazione è  anche la causa della grande riduzione a livello mondiale  di cereali, di mais, di soia utilizzati  nell’alimentazione  di  animali  che producono ogni tipo di carne e latte,  elementi che fanno parte delle nuove diete.
Se parliamo  di cibo, il pensiero ci riporta alla fame nel mondo e, in questo periodo, al tema dell’Expo di Milano “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Nonostante noi tutti siamo cittadini della società globalizzata, portatrice, tra l’altro, del politeismo  alimentare la fame nel mondo interessa  ancora 805 milioni di persone.
“Malgrado lo sviluppo economico e tecnologico, lo scandalo della fame nel mondo sembra non avere fine e, anzi, assume proporzioni sempre maggiori. E’ un problema  politico – sociale, legato ad interessi, consumi, stili di vita; a complessi equilibri di potere e conflitti etnici”. E’ questa una riflessione  del sociologo e politologo svizzero Jeon Ziegler nel suo libro “ La fame del mondo spiegata a mio figlio”, per il quale “affermare l’autonomia dell’economia  rispetto alla fame  è un’assurdità, peggio ancora un  crimine. Non si può delegare il libero mercato – scrive ancora il professore di sociologia con esperienze all’Università di Ginevra e alla Sorbona di Parigi -,  la lotta contro la fame per saziare l’umanità. E’ necessario assoggettare  tutti i meccanismi  dell’economia mondiale a questo fondamentale imperativo: vincere la fame e nutrire adeguatamente  tutti gli abitanti del pianeta”.
Fino alla fine degli anni ’90  dello scorso secolo -  periodo dell’uscita del libro del  sociologo elvetico- la produzione di cibo era più alta della domanda e anche il suo tasso di crescita era maggiore di quello richiesto dal mercato. In quegli anni, a livello mondiale  il tasso di produttività  era tale che la domanda  non riusciva ad assorbire l’offerta. E potrebbe salire ancora come sostiene -  in una recentissima intervista al Corriere della Sera- il premio Nobel per l’Economia Amartya Sen. Ciò potrà avvenire  a condizione che aumentino i redditi delle popolazioni per metterle in condizioni di acquistare cibo. Ciò farebbe crescere i prezzi agricoli, darebbe reddito ai coltivatori e si andrebbe verso una produzione maggiore e più ricca. Non siamo di fronte a una crisi della produzione alimentare o all’impossibilità di avere cibo”.  E fa  l’esempio della  Green Revolution indiana  degli anni Sessanta che ha contribuito ad  eliminare le carestie. Il Paese –  sostiene Sen – oggi “può produrre molto più cibo. Ma non c’è abbastanza mercato: i redditi di una parte della popolazione, infatti,  sono troppo bassi”.
Non dimentichiamo che  tre miliardi di persone vivono con  due  soli dollari al giorno.

LA CRISI ALIMENTARE DEL 2008 E L’AUMENTO DEI PREZZI

Con l’avvio  dei processi di globalizzazione e la crisi alimentare del 2008, il tasso di crescita della domanda ha superato l’offerta. E questo non solo per effetto dell’aumento della popolazione mondiale, ma anche per il cambio dei modelli di consumo: l’incremento dei redditi cambia la composizione delle diete e la cultura occidentale incomincia a contagiare altri popoli anche sul versante alimentare. Un esempio ci aiuterà a comprendere meglio i cambiamenti. In Cina è aumentato il consumo annuo  di carne, passato dai 22 chilogrammi  pro-capite degli anni ’80 ai 54 del 2009. Moltiplichiamo questo consumo per il numero di abitanti (1,3 miliardi) e coglieremo la portata degli squilibri sulla produzione di cereali, mais e soia.  Lo stesso sta avvenendo in alcune aree dell’Africa.  E se la dieta di questi popoli dovesse avvicinarsi – peraltro legittimamente – alla nostra, in aggiunta alla diversa utilizzazione  di grandi superfici del pianeta per la produzione di ecocarburanti, allora  non ci sarà terra sufficiente   al fabbisogno  alimentare.  
La crisi economica globale del 2008 -  secondo economisti e sociologi -   ha rafforzato  la dimensione globale  del fenomeno della fame , e da più parti  è stata  evidenziata la necessità di coinvolgere nella implementazione delle politiche di sicurezza alimentare un’ampia categoria di attori: ministeri, istituzioni locali, organizzazioni non governative, agenzie delle Nazioni Unite e  paesi donatori.  Due  fenomeni  strettamente collegati.
Scrive Edgar Morin – ne  “La via per l’avvenire dell’umanità”  che  possiamo considerare una sorta di prosecuzione della sua opera  “Terra –Patria” del 1994 – : “ Il dominio di un capitalismo finanziario connesso dall’economia reale, votato all’esclusivo interesse degli speculatori, ha provocato la crisi economica del 2008 e continua a nutrirsi come un vampiro delle nostre sostanze vive”.
Tra marzo 2007 e aprile dell’anno successivo i prezzi mondiali del grano e del riso sono aumentati, rispettivamente del 77% e del 18%, con impennate, agli inizi del 2008, di alcune varietà di riso e grano fino al 150%.  Nello stesso periodo   le scorte  mondiali di cereali hanno raggiunto il minimo storico del ventennio precedente.  L’aumento del prezzo dei cereali ha provocato  un’impennata di quelli  dei generi alimentari: diretti come pane, pasta e farinacei;  e indiretti: i prodotti di origine animale. Le previsioni per i prossimi 15/20 anni non sono assolutamente ottimistiche, perché il prezzo del cibo è destinato  ad aumentare ancora.  Secondo la Fao  quello  dei cereali dovrebbe subire  un rialzo del 20%  e  quello della carne del 30%.  Ci si chiede: qual è  la causa di questi aumenti?  Per rispondere non si può non tenere conto di tre fattori: la crescita di colture, oggi destinate all’alimentazione, per la produzione di biocarburanti; gli eventi meteorologici e i cambiamenti climatici; l’aumento del volume degli scambi sui mercati  a termine delle materie prime, caratterizzato dalla speculazione tramite  i cosiddetti i “futures”. Si tratta  di uno strumento  con il quale viene stabilito oggi a quale prezzo comprare domani   un bene alimentare come il grano e il riso. Protagoniste sono le lobby internazionali che impongono una sorta di monopolio sulla borsa merci di Chicago (Cbot),  luogo dove si negoziano i contratti sui cereali ( per lo zucchero e il cacao le  quotazioni più importanti avvengono a  New York – Ice )  che poi diventano il riferimento per i prezzi in tutto il mondo.
Jean Jacques Rousseau scriveva: “Tra il debole e il forte è la libertà che opprime  e la legge libera”.  La frase del filosofo  svizzero ci consente di affermare – come fa un altro pensatore elvetico,  il sociologo Jeon Ziegler–  che la libertà totale del mercato è sinonimo  di oppressione, mentre la legge  è la prima garanzia di giustizia sociale. Per il professore di sociologia “il mercato mondiale  ha bisogno  di norme  e deve essere soggetto alla volontà collettiva  dei popoli.  Lottare contro la massificazione del profitto  come unico obiettivo dei soggetti che dominano il mercato e contro l’accettazione passiva  delle sue regole, è un imperativo urgente”. E ritiene necessario “chiudere  la borsa delle materie prime agricole di Chicago, correggere con azioni concordate  il deterioramento  costante dei territori di scambio, e annientare la sciocca  ideologia neoliberista  che acceca la maggior parte  dei dirigenti degli stati occidentali”.
Giova qui ricordare che il sistema economico connesso all’organizzazione industriale – secondo il pensiero del padre della sociologia Auguste Comte, che Raymond Aron evidenzia ne “Le  tappe del pensiero sociologico” -  è caratterizzato dagli scambi e dalla ricerca del profitto: la ricchezza aumenta, le crisi di sovrapproduzione si moltiplicano creando povertà nell’abbondanza. E così mentre milioni di persone soffrono la fame,  enormi quantità di merci restano invendute: ciò rappresenta uno scandalo per la mente umana”. 
Siamo al punto di partenza: il profitto delle multinazionali, delle banche, le speculazioni borsistiche, gli effetti perversi  della globalizzazione provocano  un generale aumento dei prezzi nel settore alimentare e ciò  è motivo di grande instabilità sociale che, come per la “primavera araba”,  ha portato alle cosiddette rivolte del pane.

 805 MILIONI DI PERSONE SOFFRONO LA FAME

 Tutti gli indicatori ci mettono di fronte al più grande problema sanitario globale: 805 milioni di  persone  soffrono la fame   a cui  ne aggiungono altrettante  alle prese con  la malnutrizione;  2,1 miliardi  di abitanti del pianeta invece   sono in sovrappeso o  obesi, affetti da diabete e da altre patologie, e tra queste il cancro, causato  da veleni contenuti negli alimenti. Le stime dell’incremento demografico non devono essere lette solo come dei numeri, ma  vanno considerate un campanello d’allarme   per avvertirci che    tra un quarto di secolo, cibo e acqua potrebbero non essere sufficienti per il sostentamento dell’uomo e, di conseguenza, ci sarà un aumento  a dismisura  dell’ingiustizia  nella distribuzione delle risorse alimentari.
L’odierno paradosso ci mette di fronte  a due realtà contrapposte:  da una parte uomini, donne e, soprattutto, bambini  che soffrono la fame e la malnutrizione; dall’altra, riferita ai paesi ricchi (ma anche a quelli emergenti),  cittadini che, sempre di più, sono alle prese con la sovralimentazione.  In alcune aree del pianeta, dunque, si muore di fame, in altre ci si ammala e si muore per il troppo cibo.
I dati della Fao evidenziano  che nei prossimi trentacinque anni la popolazione  aumenterà di un terzo rispetto ai 6,9 miliardi di oggi, ma a un ritmo inferiore al passato: il 30% in meno rispetto all’ultimo mezzo secolo  nel corso del quale abbiamo assistito al raddoppio del numero degli abitanti del pianeta.
Gli incrementi maggiori  interesseranno  i paesi in via di sviluppo, mentre  nelle aree geografiche  caratterizzate dall’economia ad alto reddito il fenomeno dovrebbe rimanere stabile anche se – sempre secondo le previsioni - in alcune  aree del Vecchio continente  non viene esclusa  una diminuzione. Nelle aree emergenti come l’India, nei prossimi 30 anni, la crescita demografica continuerà ad essere sostenuta, mentre una flessione dovrebbe riguardare la Cina, nonostante  un allentamento delle restrizioni sul numero di figli. C’è da rilevare che in queste aree del pianeta  dai  2,5 miliardi gli abitanti passeranno  a 3,2. E lo sviluppo globale  interesserà sia le aree emergenti che quelle povere.
Di fronte all’aumento della popolazione, alle speculazioni finanziarie, all’uso della terra per la produzione di biocarburanti, fattori che hanno spinto  il mondo nell’era della “scarsità”,  è indispensabile   trovare soluzioni ottimali.  E allora  quali sono i rimedi?  Bisogna guardare avanti  e, come per il passato – proseguendo nella smentita delle teorie malthusiane  dei freni “preventivi e morali”  per combattere la miseria -  affidarsi alla ricerca, spingendo di più l’uso delle tecnologie per aumentare la  produzione con maggiore qualità e  riducendo l’impatto ambientale.

 L’EXPO, DALL’ ESALTAZIONE DEL CIBO ALLA RIFLESSIONE.

L’Expo è un’occasione propizia  per globalizzare la solidarietà.  Cerchiamo di non sprecarla, ma di valorizzarla pienamente”. Papa Francesco, nel suo  video-messaggio – dal quale abbiamo estrapolato il concetto – per l’inaugurazione  di Expo Milano 2015, si è fatto portavoce dei tanti volti anonimi che i mass media fanno entrare nelle nostre case : persone che  soffrono o muoiono  per la carenza o la pessima qualità del cibo.  Negli ultimi 20 anni, da una comparazione  dei dati della Fao, la piaga della sottoalimentazione  si è sensibilmente ridotta. 200 milioni di persone in meno muoiono di fame.  L’intervento del Pontefice  appare un appello contro lo spreco alimentare. Si compra molto cibo che poi finisce nelle pattumiere delle nostre case: 1,3 miliardi di tonnellate per un valore di 750 milioni di  dollari.  Ciò significa che ogni abitante del mondo spreca 126 chilogrammi di cibo l’anno: quantità sufficiente per sfamare un altro essere umano. E siccome gli sprechi sono il paradigma della società consumistica  di cui Zygmunt Bauman ha raccontato nelle sue pubblicazioni – in Particolare  in “Consumo, dunque sono”- solo a scopo esemplificativo, consentitemi di ricordare che,  ogni notte, dai cancelli dell’Expo escono 130 tonnellate di rifiuti per essere smaltiti; rifiuti  prodotti  da bar, ristoranti, chioschi e da altri punti di ristoro sparsi nella grande area espositiva. Grazie al Banco alimentare e alla Caritas,  diversi quintali di pane e  quasi 500 chili  di altre tipologie alimentari, vengono  recuperati e destinati agli indigenti, agli immigrati, ai senza tetto dell’opulenta Lombardia. Anche l’Expo per alcuni è un luogo di spreco, per altri, invece,  una grande vetrina per l’Italia, un business per l’economia nazionale e, naturalmente, per Milano. Saranno gli eventi futuri a esprimere un giudizio definitivo su questo grande appuntamento e quali effetti produrranno i dibattiti, le prese di posizione, gli impegni dei governi e, soprattutto, se la Carta di Milano diventerà la via per salvaguardare il futuro del pianeta  e il diritto delle prossime generazioni  a vivere un’esistenza prospera ed appagante, affrontando nel migliore di modi la grande sfida per lo sviluppo del XXI secolo. 
Torniamo agli sprechi. Non si tratta solo di un fenomeno delle società occidentali. Ogni anno nella Repubblica popolare cinese si perdono beni alimentari per un equivalente di 25 miliardi di euro. Cioè una quantità  di cibo che potrebbe sfamare, per un anno, 200 milioni di poveri.  Dare cibo ai cinesi significa nutrire un quinto della popolazione del pianeta, eppure negli ultimi trent’anni la Cina  ha inseguito un obiettivo di produzione agricola oltre le proprie possibilità. Il programma governativo prevede che entro  il 2020 la  produzione di grano raggiunga   un’autosufficienza dell’85% (che sono sempre 610  milioni di tonnellate), il resto  verrà dalle importazioni. Intanto il presidente Xi Jinping, per combattere gli sprechi, ha chiesto ai cinesi di tornare alla “frugalità dei loro padri”. Complessivamente  un terzo del cibo mondiale è sprecato: nei paesi in via di sviluppo per  mancanza di infrastrutture, nel mondo industriale per un consumo scorretto.
Paolo De Castro - tre volte ministro delle politiche agricole  del governo italiano e dal 2009 al 2014 presidente della Commissione  agricoltura e sviluppo rurale  del Parlamento europeo -,  nel suo libro “Cibo, la sfida globale” ritiene  che alla crescente domanda di cibo dei prossimi decenni bisognerà rispondere con soluzioni “più sostenibili rispetto al passato” e sottolinea  che “la doppia incognita dell’adattamento dei processi produttivi ai cambiamenti climatici e della loro mitigazione  porrà vincoli inediti alla produzione”. Il prof. De Castro – ordinario di Economia e politica agraria  all’Università di Bologna -  auspica, poi, “ un rafforzamento del ruolo della ricerca e dell’innovazione, ritenuto  “fondamentale anche  per contrastare quelle visioni di politica agricola e commerciale  che stridono con la  food and nutrition security, amplificando i rischi e le incertezze”.  Per questo, nel nuovo disordine  mondiale, ritiene essenziale  “cominciare a ripensare  il cibo e le politiche che lo governano oltre i tradizionali steccati”.   Insomma una grande sfida, quella della “food security”, che è una questione globale  che non riguarda  solo “l’iniqua  distribuzione  delle risorse sul pianeta – grande ed irrisolta – ma riguarda la stessa capacità di realizzare una produzione  alimentare più sostenibile  dal punto di vista ambientale  e sufficiente  a soddisfare  una domanda in rapida crescita”.

 NEO COLONIALISMO  (CRESCITA DELLA DOMANDA E CORSA ALLA TERRA)

La produzione agricola – come visto – non riesce più a soddisfare la crescente domanda: sia per l’aumento della popolazione  sia per  quello dei consumi, soprattutto nelle economie emergenti del Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica).
Uno scenario che farà aumentare il prezzo del cibo le cui ripercussioni non  riguardano solo i paesi poveri ma anche quelli ricchi.
“Da qualche anno –  evidenzia il prof. De Castro, in “Corsa alla terra – Cibo e agricoltura  nell’era della nuova scarsità” – i paesi dotati di grande liquidità, ma scarse estensioni di superfici coltivabili, multinazionali agricole, agglomerati finanziari hanno acquistato o affittato  milioni di ettari di terra dando vita ad un fenomeno comunemente definito ‘land grabbing’, con esplicito riferimento al colonialismo ( il fenomeno viene anche definito “land rush” o “Land deals”)”. Secondo l’ex ministro, “la corsa all’accaparramento di terre coltivabili ha assunto  dimensioni straordinarie: dai 50 agli 80 milioni di ettari ( c’è qualcuno che addirittura parla di duecento milioni di ettari) Due terzi nell’Africa  sub sahariana; Etiopia, Mozambico e Sudan  le nazioni con maggiore territorio concesso. A questa caccia alla terra, che ci riporta  ai tempi dei pionieri, sono interessati  fondi  sovrani , privati, speculatori. L’accaparramento di vaste aree del nostro pianeta, fenomeno che richiede una corretta  regolamentazione internazionale – lo sostiene ancora De Castro -   non è  la risposta più idonea alla crescente domanda di cibo  che deve essere soddisfatta  da un sistema agricolo strategico   in cui  “il controllo dei (terreni) fertili diventerà cruciale per  lo sviluppo delle nazioni”. Il mondo, oggi, è entrato nell’era della scarsità e “le opportunità  offerte dagli investimenti privati possono portare nei paesi in via di sviluppo nuove tecnologie e più lavoro, ma non devono  togliere la terra ai contadini.
Il concetto della terra ai contadini  è sostenuto  anche da Vandana Shiva (autorevole voce dell’ecologia mondiale), la quale nel suo libro  “Chi nutrirà il mondo? Il manifesto per il cibo del terzo millennio”, si dimostra molto critica nei confronti   dell’agricoltura delle multinazionali, “assetata di profitto, e avvelenata  da pesticidi, fertilizzanti e Ogm” e ritiene  che l’agricoltura dei contadini ( e indica come paragone  quelli  indiani, africani, cinesi)  abbia la “capacità di  valorizzare la ricchezza della biodiversità e l’equilibrio spontaneo degli ecosistemi”.
Il 70% del cibo consumato oggi nel mondo è  prodotto  su piccola scala, con manodopera prevalentemente femminile (l’Africa è il continente maggiormente interessato). Ma questo sistema deve fare i conti con la quasi impossibilità di accesso al know how.  Un solo dato ci aiuta a comprendere meglio la situazione: sono solo del 5% gli investimenti  privati finalizzati all’agricoltura  ecologica, così diversa  dai metodi industriali caratterizzati dall’uso massiccio dei pesticidi, dai fertilizzanti, dai prodotti chimici in  generale. Il direttore di Greenpeace International, Kumi Naidoo, non più tardi di sabato scorso, in un dibattito sulla sicurezza alimentare all’Expo, ha denunciato: “L’attuale sistema agroalimentare è corrotto, serve un cambiamento radicale. Ed è corrotto anche  per la propaganda dell’industria: dicono che il cibo geneticamente modificato potrà nutrire il mondo. In realtà  - sostiene - gli Ogm sono impiegati per produrre cotone. E non abbiamo sufficienti dati, nel lungo periodo, per escludere che gli Ogm siano dannosi”. Sugli Ogm, però  ci sono pareri diversi: è giusto approfondirli  ma non credo sia questa la sede per analizzarli.
Quello che invece non può più essere sottaciuto è il progetto dell’utilizzo di vaste estensioni di territorio per la produzione di biocarburanti. Su questo fronte  l’Unione Europea, entro il 2020,  ha fissato nel 10% la soglia minima per la produzione  di carburante da  risorse rinnovabili. Il mercato attuale tratta due tipi di biocarburante: il bioetanolo prodotto da zuccheri ricavati in prevalenza da mais, canna da zucchero e barbabietola; e il biodisel prodotto da oli  vegetali, estratti di piante come l’olio di palma, il girasole, la colza  e, ultimamente, anche  da una pianta originaria del centro America e che cresce  in India, Indonesia e in alcuni paesi dell’Africa: la jagtropha.  Per la produzione del biocarburante  servono terre e piante: entrambe vengono sottratte  alla coltivazione di beni alimentari.

IL FONDAMENTO DELL’AGRICOLTURA INDUSTRALE E I BREVETTI SUL CIBO

“Il fondamento dell’agricoltura industriale è l’impiego dei veleni”;  “il sistema di agricoltura industriale è una forma di macro-economia: i suoi profitti affondano le radici sulla morte e sulla distruzione”, scrive Vandana Shiva  nel suo libro “Chi nutrirà il mondo?”, pubblicato  lo scorso aprile dalla Feltrinelli. L’autorevole voce dell’ecologia mondiale, lo scorso 21 maggio, partecipando ad una manifestazione all’Expo ha ribadito la necessità di proteggere il suolo e pensando alle future generazioni ha insistito sull’importanza “dell’agricoltura biologica per uscire dalla dittatura del modello industriale nei campi e dal cibo spazzatura”.  Nel suo libro, la scienziata  sottolinea come oggi “in luogo di un sistema di coltivazione in cui tutto veniva riciclato e riutilizzato interamente – il suolo, l’acqua, le piante –è subentrato un sistema che deve far ricorso all’apporto esterno di sementi, prodotti chimici e fertilizzanti che devono essere continuamente riacquistati.
Riconoscendo alle piccole coltivazioni, quelle che con la loro varietà  forniscono una maggiore produttività, l’agricoltura odierna è sempre più orientata verso  vaste monocolture imperniate sull’uso intensivo di sostanze chimiche, di carburanti fossili e di capitali”. E le monocolture dipendenti da input estermi -  fertilizzanti chimici e pesticidi – sono  più vulnerabili ai parassiti e non reggono più il confronto  con un sistema di coltivazione biologico e vario”.
L’economista indiana si schiera contro  la “proprietà intellettuale  che – scrive -  si sta trasformando in uno strumento finalizzato al  saccheggio delle  risorse naturali del pianeta  da parte delle grandi corporation”. E affronta l’argomento delle sementi, “primo anello della catena alimentare” che – per la Shiva -  sono “l’incarnazione  della continuità e della rinnovabilità della  vita e della varietà biologica e culturale delle forme di vita”. Poi ricorda che “le sementi per il contadino non sono soltanto la fonte delle sue produzioni agricole future e, quindi, del cibo: esse sono un accumulo di cultura e storia”. Ma anche “il simbolo fondamentale della sicurezza alimentare”. Con  il  libero scambio delle sementi, i contadini “si scambiano idee e saperi, cultura e usi tramandati, tutto un accumulo di tradizioni e di competenze relative al modo di utilizzarlo”. Questo scambio ha anche  un significato  culturale e religioso della pianta , gli aspetti gastronomici, la resistenza alla siccità, alle malattie e ai parassiti, le cure di cui necessita ed altri valori concorrono al sapere  che la comunità deposita  nel seme e nella pianta che esso produce”. In diverse parti del mondo – per esempio in Scozia per i produttori e venditori di patate e sementi – lo scambio non è più consentito in ossequio alle leggi  attualmente vigenti in Europa, nel Regno Unito e in altre parti del mondo, che vietano ai contadini di scambiarsi  semi non certificati e altre varietà biologiche protetti da brevetti o privatite”. Sementi geneticamente modificate per impedire l’estinzione della specie, questa la tesi dominante e sostenuta dalle multinazionali.
 La posizione di Vandana Shisa sugli Ogm  è apprezzata  dal Nobel Sen, il quale, però,  ritiene la discussione esagerata. “Gli Ogm – dice  - possono porre alcuni problemi,ma si tratta di eccezioni” e ricorda come  - l’abbiamo già detto in precedenza – “perfino la rivoluzione verde indiana fu biotecnologica”.  Contrariamente  alla dottoressa Shiva, il prof. Sen sottolinea  che  “ a creare problemi non sono le tecnologie  ma la cattiva  gestione del territorio. Possiamo benissimo - rileva il Nobel 1994 per l’economia  - combinare  le nuove tecnologie  con il rispetto della biodiversità. Se non vogliamo chiamarli Ogm, chiamiamoli nuove  varietà”.
 Da questa analisi – che si ferma qui, per non togliere spazio agli interventi degli altri colleghi – emerge  che  il mondo è una giungla  dominata  dal capitalismo selvaggio  “ con la politica-   come continua a sostenere Bauman -  diventata la malattia del mondo globalizzato.  E – come nel caso dell’Unione Europea – rimane  ancorata  ai confini nazionali”. Chiudo con questa citazione tratta da “ La via” di Morin:   “L’agricoltura è un problema planetario indissolubile da quello dell’acqua, della demografia,  dell’urbanizzazione,    dell’ecologia (cambiamenti climatici) e, ovviamente,  indissolubile  anche da quello dell’alimentazione: problemi, a loro volta, interdipendenti gli uni dagli altri”. Problemi, aggiungiamo noi, che si frappongono come ostacoli sulla strada del futuro dell’umanità, oggi chiamata a essere consapevole che la terra non è un’eredità che abbiamo ricevuto dai nostri genitori, ma un prestito che ci hanno concesso i nostri figli.
Antonio Latella – giornalista professionista e sociolgo




BIBLIOGRAFIA
Paul Collier – EXODUS  - I tabù dell’immigrazione;
Edgar Marin  - LA VIA – Per l’avvenire dell’umanità;
Edgar Morin -  TERRA -PATRIA;
Ugo Mattei -  IL BENICONSUMISMO E I SUOI NEMICI;
Paolo De Castro -  CORSA ALLA TERRA;
Paolo De Castro -  CIBO  La sfida globale;
Raymond Aron – STORIA DEL PENSIERO SOCIOLOGICO;
Zygmunt Bauman – CONSUMO, DUNQUE SONO;
Jeon Ziegler – LA FAME NEL MONDO SPIEGATA A MIO FIGLIO;
Vandana Shiva – IL MONDO DEL CIBO SOTTOBREVETTO;
Vandana Shiva – CHI NUTRIRA’ IL MONDO – MANIFESTO PER IL  
                            TERZO MILLENNIO;
Marcel Mauss – SAGGIO SUL DONO;
Thomas Piketty – IL CAPITALE DEL XXI SECOLO;
 altre fonti: Corriere della Sera, Sociologiaonweb.it, ecc. quotidiani vari.


IMMIGRAZIONE COME PAURA O IMMIGRAZIONE COME RISORSA?

Immigrazione come paura o immigrazione come risorsa? Non è facile rispondere a questa domanda che continua ad essere presente nel dibattito politico europeo e divide l’opinione pubblica internazionale tra chi considera l’immigrazione un pericolo, dunque la fonte delle nostre paure, e chi, invece, la ritiene una risorsa e un’opportunità. Entrambe le ipotesi, ovviamente, hanno un fondamento di verità. La paura, in prevalenza, poggia sugli stereotipi “dello straniero” che noi tutti abbiamo ereditato culturalmente, ma è anche la conseguenza di gravi episodi di cronaca i cui protagonisti sono persone appartenenti ad altre culture.  Sul versante opposto invece si attestano le esperienze di piena integrazione dei migranti e di progresso delle società multietniche.

LE MIGRAZIONI NELLA  STORIA DELL’UOMO
Le migrazioni fanno parte della storia dell’uomo: dalla narrazione biblica della fuga attraverso il Mar Rosso degli israeliti guidati da Mosè (raccontata nel Libro dell’Esodo e citato anche in una Sura del Corano) fino agli sbarchi di quest’inizio di millennio, il fenomeno è la risultante di una scelta, quasi sempre obbligata, di chi si lascia alle spalle condizioni ambientali, sociali, economiche, religiose, politiche che sono tra i principali ostacoli alle libertà individuali o di gruppo.I flussi migratori sono un fenomeno sociale che riguarda due diverse realtà geografiche, ognuna con proprie  caratteristiche antropologiche, sociali e culturali: il luogo d’origine dell’emigrazione e  quello di destinazione di questa grande massa di uomini, donne e bambini.

IMMIGRAZIONE COME PAURA?
La risposta, specie in queste ultime settimane, non è sempre svincolata dalle emozioni e dai pregiudizi, rafforzati da avvenimenti come quelli di Parigi, di Bruxelles o dell’assalto all’albergo in Mali ( ne citiamo solo alcuni). Nella società postindustriale, sempre più dominata dalle tecnologie informatiche e telematiche, il sentimento della paura, dall’11 settembre in poi,  unisce l’Occidente.  “Viviamo in una società in cui ci sentiamo spesso minacciati: la mondializzazione, le catastrofi naturali, la crisi economica, le difficoltà della vita quotidiana. Abbiamo la sensazione di non riuscire più a far fronte a minacce che sono spesso indefinite e imprevedibili. Ci sentiamo senza difese e incapaci di agire, di conseguenza abbiamo paura”… “Una paura indistinta che trasferiamo sugli altri, soprattutto sugli stranieri”.(1)
Nell’ultimo mese il mondo è rimasto completamente in  ostaggio del panico che ha costretto milioni di uomini a cambiare abitudini.   A volte l’incubo si materializza e diventa una realtà di sangue: Parigi, 13 novembre 2015, ma non soltanto nella capitale francese. Le  statistiche non addebitano ai fenomeni migratori  l’origine di tutte le nostre paure,  anche se da più parti si accredita il contrario. L’incertezza e la disgregazione sociale, le maggiori fonti delle nostre paure, sono l’humus della xenofobia. E attraverso questo sentimento –  secondo Alain Tourain – “si manifesta la paura di chi, al di là del passaporto, è diverso da noi fisicamente, ma anche sul piano della cultura, della religione o degli stili di vita. Le caratteristiche dell’altro, però, sono solo un pretesto per poter proiettare su di esso le nostre angosce”. (2)
Nella società globalizzata – sempre più incerta, flessibile, pronta a delocalizzare qualsiasi attività lavorativa in nome del liberismo e del profitto -, le nostre angosce ci portano finanche a negare l’umanità dell’altro “dichiarandolo non umano in quanto integralmente diverso da noi”. Al sociologo transalpino fa eco, Bauman il quale considera questo sentimento   – la paura – “il demone più sinistro tra quelli che si annidano nelle società aperte del nostro tempo”. E  sottolinea che “sono l’insicurezza del presente e l’incertezza del futuro che alimentano la più spaventosa e insopportabile delle nostre paure. Questa insicurezza e questa incertezza, a loro volta, nascono da un senso d’impotenza: ci sembra di non controllare più nulla, da soli, in tanti o collettivamente”. (3) Un concetto, questo, che va ben oltre il timore per la sicurezza fisica dei singoli e delle comunità. Per noi cittadini della postmodernità la condizione peggiore – come sottolinea David L. Altheide – “non è la paura del pericolo, ma soprattutto quello in cui questa paura può trasformarsi, ciò che può diventare”. (4)
Da più parti, infatti, viene manifestato il timore che gli immigrati siano portatori di nuove malattie, di contaminazione culturale, di criminalità, di terrorismo e, soprattutto che rubino il lavoro ai residenti. E così si diventa intolleranti, diffidenti, sospettosi fino alla paranoia, insofferenti alla presenza di queste persone che, giornalmente, vediamo ferme ai semafori, incontriamo nelle stazioni ferroviarie e alle fermate del tram. O ancora, le notiamo in fila all’entrata delle mense parrocchiali, o a svolgere compiti di fatica nelle rivendite di frutta, o come manovali nell’edilizia, garzoni del fornaio o del pizzicagnolo e di altri lavori bracciantili di cui, ormai, il mercato nazionale è privo di offerta.Insomma, scarti di una grande discarica sociale: uomini sfruttati che vivono i loro giorni in semischiavitù: un euro per ogni cassetta di clementine raccolte negli agrumeti del Sud che a fine giornata –  per un impegno che dura ininterrottamente da prima dell’alba fino a tarda sera – equivale a un salario di 25 euro, al lordo della percentuale trattenuta dal caporale. Questa condizione l’abbiamo documentata nel corso di una delle puntate – quella sull’immigrazione – del programma televisivo “Filo Diretto”, condotto da chi vi parla e gratificata dalla collaborazione dei colleghi sociologi del Dipartimento Calabria.

IL COMUNE DENOMINATORE DELL’IMMIGRAZIONE
In passato come nel presente, l’immigrazione ha un comune denominatore: la fuga dal paese d’origine verso mondi lontani e sconosciuti, che sono culturalmente, socialmente ed economicamente diversi.  Il sogno del modello occidentale che, nella realtà, spesso si rivela, se non peggiore, quanto meno molto differente da come lo si aspettava. E’ vero: nei paesi d’arrivo queste persone creano problemi, alimentano paure, mentre in quelli  d’origine spesso vengono additati come egoisti che voltano le spalle ai familiari, abbandonandoli al loro destino e nell’incertezza del futuro. Come nei secoli scorsi  anche oggi assistiamo a fughe di massa in cerca di un futuro migliore. August Deaton, Nobel per l’economia 2015, ne “La grande fuga”, sostiene che gli uomini tendono naturalmente a fuggire dalla miseria, ma non tutti e non tutti assieme. “La fuga più grande nella storia dell’umanità – si legge tra l’altro nell’opera pubblicata lo scorso mese dall’editrice il Mulino – è la fuga dalla povertà e dalla morte. Per migliaia di anni le persone che, favorite dalla sorte, erano sfuggite alla morte nell’infanzia hanno dovuto poi affrontare un’esistenza nella più sconfortante miseria”. Ed ancora: “La grande fuga ha cambiato radicalmente le cose per quelli di noi che sono diventati più ricchi, sani, robusti e colti dei propri nonni. Ma ha inciso profondamente anche in un senso diverso e meno positivo: perché buona parte della popolazione mondiale è stata lasciata indietro, perché il pianeta è immensamente più disuguale di quanto fosse trecento anni fa”. (5)

IL PASSATO CHE RITORNA
Tra la fine dell’Ottocento e la Prima Guerra mondiale quasi cinquanta milioni di persone lasciarono l’Europa per nuove destinazioni.  In quasi tutti i paesi del Vecchio continente, Italia compresa, la gente viveva un’esistenza precaria, le fasce di povertà continuavano ad aumentare coinvolgendo anche quei territori che prima erano stati la meta preferita dalla migrazione interna: ricordiamo la fuga dalle campagne con destinazione le città industriali.  La prospettiva di migliori salari offerta dai paesi d’oltre Oceano divenne il sogno di una grande massa di persone.  Con il loro lavoro, gli immigrati hanno  contribuito al benessere e allo sviluppo dei paesi ospitanti ed aiutato le famiglie d’origine a uscire dallo stato  di povertà e, soprattutto, ad affrancarsi dall’obbligo  di mettere le braccia dei componenti dell’intero nucleo familiare al servizio della borghesia agraria.  Durante il periodo della Prima guerra mondiale, i flussi migratori, in sintonia con le politiche restrittive dei vari Stati, subirono una forte contrazione per riprendere alla fine del conflitto.Un fil rouge lega le narrazioni migratorie  che hanno caratterizzato l’Ottocento e gli  inizi del Novecento con quelle del secondo millennio: il mare, i naufragi, la ghettizzazione, le espulsioni, un’esistenza priva di regole.  Le carrette del mare di oggi sono i bastimenti di ieri. Questi ultimi divennero l’emblema del sentimento nazionale dell’emigrazione all’estero (Ricordiamo la famosa canzone napoletana, Santa Lucia).
I FLUSSI TRA L’ OTTOCENTO E IL NOVECENTO
Nel periodo a cavallo tra l ‘800 e il ‘900,  “1/3 della forza lavoro europea si trasferì  nel nuovo mondo: gli Stati Uniti ne assorbirono i 2/3, tanto che un terzo dell’aumento di forza lavoro americana veniva  imputato alla manodopera americana immigrata… Anche se questa quota significativa e crescente  di immigrati dopo qualche anno di lavoro tornava a casa, questa emigrazione di massa  rappresentò un trasferimento di popolazione senza precedenti nella storia che ebbe effetti profondi e duraturi sulla distribuzione mondiale  della popolazione, del reddito e della ricchezza”. (6) “Dopo la seconda guerra mondiale, al sistema migratorio centrato sull’Europa è invece andata subentrando una rete di sistemi migratori interconnessi. Accanto a quello europeo troviamo oggi il sistema formato da Canada, Stati Uniti che, a differenza di un tempo, non attrae più migranti dal ‘Vecchio continente’, ma dall’Asia, dall’Africa, dai Caraibi, dall’America Latina. Gli altri tre grandi sistemi contemporanei sono quelli dei paesi del Golfo che importano forza-lavoro soprattutto dal Sudest asiatico; quello del Giappone e delle ‘tigri’ dell’Asia, che attraggono migranti dall’area del Pacifico; infine quello del cono sud dell’America meridionale che attrae popolazione soprattutto all’interno del continente”. (7)
Di fronte all’interconnessione di queste reti del nomadismo, l’Europa diviene,  al tempo stesso, continente di emigranti e di immigrati. “In alcuni paesi come la Francia, il numero di nati all’estero della popolazione era alla fine dell’Ottocento pari o superiore a quello dei paesi dell’immigrazione del Nord America” (8)  (oggi la Francia conta oltre cinque milioni di immigrati).“Le origini dei flussi d’immigrazione verso l’Europa sono tuttavia per un lungo periodo intereuropei, e trovano origine nell’Europa orientale, meridionale, balcanica”.(9) Negli ultimi otto anni (secondo dati dell’Alto Commissariato delle Nazione Unite per i rifugiati) 875 mila migranti o profughi sono arrivati in Europa via mare: lo 0,17 % dell’intera popolazione del Vecchio Continente (poco più di 500 milioni di abitanti). E le stime dell’OCSE prevedono che il 2015 segnerà un numero senza precedenti di immigrati e di richiedenti asilo: cifra che potrebbe superare i 450 mila. Si tratta, senza dubbio, del più alto numero dalla fine del secondo conflitto mondiale.

IL FLUSSI MIGRATORI VERSO L’ITALIA
“Per quanto riguarda l’Italia, il suo ingresso nel sistema migratorio europeo avviene quasi in sordina  e comunque tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 del ‘900. E’ purtroppo difficile sapere con precisione quando tale ingresso ha avuto luogo, dato che le politiche migratorie italiane si sono basate per un lungo periodo sul rifiuto di riconoscere l’esistenza di flussi d’immigrazione”.(10)  Nel 1969 secondo i dati del Ministero dell’Interno erano 164 mila i permessi di soggiorno, mentre alla fine del 2002 sono oltre un milione e mezzo, di cui solo una piccola frazione  riferita a cittadini provenienti da paese sviluppati.Viviamo in un periodo di crisi globale e la presenza di nuove tecnologie porta ulteriori diseguaglianze, ma  non dobbiamo dimenticare da dove sono partiti i nostri avi (nonni e bisnonni) e verso quali mondi si sono diretti per rimanervi temporaneamente o definitivamente.

GLI ULTIMI DATI ISTAT
Secondo i dati Istat, al 1° gennaio dell’anno che volge al termine in Italia (il dato è stato pubblicato giovedì 22 ottobre scorso) sono regolarmente presenti 3.929.916 cittadini non comunitari, mentre il numero di irregolari sarebbe di trecentomila persone.  Questi ultimi sono un problema: una parte viene adibita al lavoro irregolare ma una parte vive di espedienti o finisce in carcere per reati, in prevalenza, contro il patrimonio. E la delinquenza è un costo sociale ed economico. Infatti,  più del 39% della popolazione carceraria del nostro paese è composta da stranieri e ciò evidenzia il ritardo nel processo di integrazione. Secondo un calcolo del Sole 24 ore: sbarchi, soccorso e assistenza gravano sul bilancio italiano per circa un miliardo di euro, un costo che sommato a quelli sociali lieviterebbe fino a dieci miliardi.  Cifra –  come vedremo più avanti – nettamente inferiore ai benefici economici legati al sistema dell’integrazione. Alcuni dati ci consentono di rispondere alla seconda parte del nostro quesito: “Immigrazione come risorsa?”. Per Papa Francesco, i “paesi che accolgono traggono vantaggi dall’impegno degli immigrati per le necessità della produzione e del benessere nazionale”. Intanto perché l’immigrazione pone rimedio al problema della nostra denatalità. L’invecchiamento della popolazione, tuttavia, non è solo un problema italiano ma dell’intera Europa che – come ha detto  ancora il Pontefice “ a causa della crisi demografica  è diventata  nonna Europa”.

IMMIGRATI IMPRENDITORI
Lo scorso anno sono nate in Italia 23 mila imprese individuali di extracomunitari, facendo arrivare il numero complessivo a oltre le 350mila unità, che sommate alle società di capitali supera il mezzo milione di imprese. Il rapporto è di 1 a 10 rispetto alle imprese nelle mani di italiani che, lo scorso anno, hanno registrato una decrescita di 35 mila aziende.  Il 19,17% di questi imprenditori proviene dal Marocco (64.300); il 14,02% dalla Cina (47.020); il 9,15% è albanese (30.703). Lo scorso anno quasi 5 mila imprenditori extracomunitari sono giunti  finanche dal Bangladesh.
Nella graduatoria delle regioni con la maggiore presenza di cittadini extracomunitari troviamo la Lombardia, seguita dal Lazio e dalla Toscana. I settori gestiti da immigrati sono prevalentemente l’agricoltura, l’attività manifatturiera (specie i cinesi), la ristorazione, i servizi, le costruzioni, il commercio e il trasporto, le agenzie di viaggi, le comunicazioni.
Il Corriere della Sera, in un sevizio Gian Antonio Stella,  un anno fa, ha riportato i risultati di due rapporti – della Fondazione Leone Moressa e di Andrea Stuppini (<<lavoce.info>>) – che hanno  evidenziato come le imprese create dagli immigrati residenti nel nostro Paese rappresentino l’8,2% del totale, per un valore aggiunto di 85 miliardi di euro; in questo quadro, nel rapporto dare–avere a guadagnarci è l’Italia.  Un dato – riferito al 2012 – evidenzia che i contribuiti dei nati all’estero sono poco più di 3,5 milioni con un reddito dichiarato di 44,7 miliardi, su un totale di 800 miliardi, con un’incidenza del 4,9% sull’intera ricchezza prodotta. L’imposta netta versata in media è di 2.099 euro, pari a 4,9 miliardi. Con enormi disparità di Irpef procapite tra le regioni ricche come la Lombardia e quelle del Mezzogiorno. Inoltre la propensione al consumo delle famiglie straniere residenti in Italia è pari al 105,8%; i contributi previdenziali – secondo i dati INPS, riferiti al 2009 –  sono il 4,9% del totale di 8,9 miliardi. E così tra gettito fiscale e contributivo e le entrate riconducibili a questa presenza, il nostro erario introita 16,6 miliardi di euro. Dalle entrate/ uscite abbiamo un saldo attivo di 3,9 miliardi di euro.
I dati testé illustrati  ci consentono di sfatare  molti luoghi comuni sull’immigrazione: prima fra tutti quello secondo cui gli immigrati ci tolgono posti di lavoro. Gli studiosi di scienze sociali  nel dimostrare il contrario usano la formula 3D:  dirty, dangerous, demanding ( sporco, pericoloso, faticoso). Sono le caratteristiche  delle occupazioni  degli immigrati –  dai badanti ai braccianti ai raccoglitori di pomodori – in settori da cui soprattutto i nostri giovani si tengono alla lontana. L’esempio degli Stati Uniti e della Germania impedisce di mettere  in relazione la presenza degli immigrati con la nostra disoccupazione, soprattutto nel Mezzogiorno. In Usa la disoccupazione è al 6% nonostante gli immigrati rappresentino il 12% (cioè 46 milioni) della popolazione; e in Germania la disoccupazione è al 5%  ancorché  la cifra d’immigrati superi i 10 milioni. Forse noi italiani dovremmo chiederci  quanti immigrati vengono utilizzati nel sommerso? A guadagnarci sono alcuni datori di lavoro senza scrupoli a tutto danno dello Stato e del lavoratore straniero. Ed allora occorre pensare  apolitiche migratorie responsabili, non restrittive ma di sicurezza:  capaci di agevolare l’integrazione, considerando l’accoglienza un dono di “concepito nella sua accezione contemporanea come il prodotto di una idealizzazione portata avanti da duemila anni di Cristianesimo, per cui si parla di dono solo quando questo è assolutamente gratuito, unilaterale, senza aspettativa di ricambio: in poche parole disinteressato”. (11)
Ma queste politiche non possono non tenere conto della tutela dei diritti di chi rimane a casa propria. Perché – secondo Paul Collier, autore di “Exodus: il tabù dell’emigrazione”  – questi flussi di disperati potrebbero rappresentare “un atto d’imperialismo alla rovescia: la vendetta di antiche colonie”. Ed il rischio è “che nei paesi ospitanti, i migranti costruiscono colonie che assorbono risorse destinate ai ceti meno abbienti della popolazione locale, con cui entrano in competizione e di cui minano i valori”. (12)  
Immigrati sinonimo di terrorismo? Ci sono scarsi elementi per sostenerlo in assoluto. Il terrorismo, è vero,  approfitta del disagio della società postmoderna, fa leva sugli integralismi religiosi, si salda con la delusione di milioni di esseri umani espulsi dal sistema produttivo liberale e ormai privi del paracadute dello stato sociale per fare nuovi adepti. E in questo momento pensiamo alle banlieue francesi o al Molenbeek di Bruxelles e ad altre parti del pianeta abitate dagli ultimi, da cittadini che non hanno voce. Se si vuole  che l’immigrato sia più risorsa che paura, occorre cambiare le politiche dell’accoglienza e dell’integrazione. Altrimenti, con i ritmi attuali ed i numeri che caratterizzano questo epocale fenomeno, l’immigrato si trasformerà in una sconfitta per tutti: per il territorio che lo espelle, per  quello che lo accoglie e, soprattutto, per l’Europa che non ha saputo capire e gestire per tempo questo problema.
Così, la domanda che ci siamo posti all’inizio – immigrati come paura o come risorsa? – rischia di rimanere senza risposta. Una riflessione, a nostro avviso, destinata a restare irrisolta fino a quando si continuerà a parlare di “flussi migratori” e non di popoli, di numeri e non di persone in carne e ossa, quali i migranti sono. Occorre cambiare non solo le politiche dell’immigrazione ma anche il nostro approccio culturale con chi proviene da un altro Paese. Con l’obiettivo di accogliere e integrare quanti sono disposti a vivere con noi, senza essere obbligati a cambiare ma senza neppure avere la pretesa di cambiarci: emblematica la vicenda della scuola di Rozzano dove il dirigente scolastico nei giorni scorsi ha praticamente “vietato” il Natale. Serve un processo di osmosi socio-culturale, perché la diversità non sia motivo di conflitto ma condizione di pacifico arricchimento della società, oggi globalizzata e dunque irreversibilmente destinata a essere aperta, pluralista e multietnica.
Antonio Latella – Giornalista professionista e sociologo
Note
·     1 e 2 – Alain Tourain : “Quando lo straniero diventa una minaccia” ( Intervista Corriere della Sera);    3  – Zygmunt Bauman:  “Danni collaterali”; 4 – David Altheide: “Come di media costruiscono la paura”- appendice  de “Il demone della Paura” di Zygmunt Bauman.; 5- August Deaton – “La grande fuga”; 6 – Francesca Fauri “ Storia economica delle immigrazioni italiane”; 7, 8, 9, 10 – A. Colombo – G. Sciortino – “Gli immigrati in Italia”; 11-  Marcell Mauss: “Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche”, nell’interpretazione di Umberto Zannino nell’edizione  del 2002 (Einaudi Editore); 12  – Paul Collier: “Exodus”. 
Relazione al convengo “Immigrazione oggi: impatto sociale”. Firenze il 4 dicembre 2015 – e pubblicato su www.sociologiaonweb.it (4 dicembre 2015)